LA PUPA BALLERINA

Incendiata dai fuochi d'artificio balla la Pupa, protagonista ogni anno della festa dei minatori a Lama dei Peligni in Abruzzo

Le danze e i fuochi in onore si Santa Barbara, patrona dei minatori

La lunga notte dolorosa, di morte, di distruzioni, di lacrime, che nel 1943 si abbattè su Lama dei Peligni, rasa al suolo dalle mine tedesche, come su tutti gli altri centri ch’ebbero e che hanno madre la Majella, alla fine del 1949 menava verso l’alba. Il vento della “montagna magica”, fra quei bagliori sempre più vividi, penetrando nel profondo delle gallerie e delle miniere d’Italia, d’Europa, d’America e d’Australia, superando monti e oceani, recò alla diaspora dei minatori lamesi un messaggio quasi ad echeggiare un’invocazione ebraica: “L’anno prossimo, in Lama con la statua di Santa Barbara, per ritrovarci!”. Era il richiamo della Majella madre ai suoi tanti figli che dai primi dell’800 in poi, in particolare dal 1920 e fino al 1952, furono costretti a percorrere le vie dell’emigrazione. E quasi per una sorta di fatale castigo, tutti discesero nelle viscere della terra per carpire carbone o per approntare passaggi più diretti, come nel caso delle autostrade italiane, con l’uso della dinamite che uccise tanti di loro. Era dunque giunto il momento perché i figli tornassero alla montagna che la leggenda vuole dedicata al culto della dea Maia, grande madre e simbolo della terra feconda. Alla montagna su cui i cristiani eressero abbazie, anche all’interno delle tante grotte molte ancora visibili e visitabili. Alla montagna da cui cominciò “l’avventura di un povero cristiano”, Celestino V, il papa (1294) che, unico nella storia della Chiesa, depose la tiara dopo sei mesi di pontificato, laddove oggi, in nome dell’Europa unita, si salvaguarda l’ambiente perché alle future generazioni venga conservata incontaminata la verde montagna magica. Il “vento del messaggio” si placò nella luminosa notte del Natale 1951, quando la statua di Santa Barbara, in processione, fu portata dalla chiesa di San Michele nella secolare parrocchiale dei Santi Nicola e Clemente, tra fragorosi fuochi d’artificio che continuarono nel giorno successivo, Santo Stefano, con il Ballo della Pupa. Così i minatori di Lama dei Peligni istituirono la loro festa che si ripete da allora puntualmente e con sempre maggiore entusiasmo. Dinanzi al monumentale porticato della chiesa parrocchiale, in onore di Santa Barbara, balla la Pupa, un fantoccio di cartapesta stracolmo di fuochi d’artificio accesi via via, e che, condotto da un esperto ballerino e accompagnato dalle allegre musiche della banda, esegue tarantelle e altri passi di danze popolari. La perfetta riuscita dell’esplosione pirotecnica della Pupa - dicono due anziani minatori — è auspicio di un buono e prospero anno. La Pupa, insomma, come la Colombina pasquale del duomo di Firenze. La Santa raffigurata copre, con il suo mantello azzurro, una torre fortilizio a protezione dei minatori e degli artificieri di Lama dei Peligni, i cui figli oggi hanno cambiato mestiere. L’istituzione della festa per la Santa protettrice dei minatori, dei Vigili del fuoco e degli artiglieri, fu anche “natale” della ricostruita, nuova e moderna Lama dei Peligni. Festa che però non ha nulla di spirituale, come sostiene padre Salvatore Napoleone, parroco del paese. Nata come intima resurrezione delle genti lamesi, quasi a riproporre lo stato edenico primordiale, in una fusione dell’infante con la madre, la festività di Santa Barbara a Lama dei Peligni oggi è parte di un verde angolo della terra, dove sorgono la quattrocentesca chiesa dei Santi Nicola e Clemente, il convento celestiano della Misericordia coi preziosi manoscritti di Sant’Alfonso de’ Liguori, il palazzo ducale e la Fonte Cannella, fontana in pietra della seconda metà del Cinquecento, il palazzo Tabassi. Da questo suo passato, che affonda le radici nei resti fossili dell’uomo della Majella risalenti a settemila anni prima di Cristo, nei ruderi di civiltà italiche preromane e del tardo impero romano, nelle “pupe” granitiche della contrada Calvario alte dieci metri, è nata una profonda cultura dell’ambiente, fors’anche per il contatto che con la natura tutti i lamesi hanno avuto ed hanno vivendo all’ombra vicinissima del monte Amaro, il punto più alto e più magico della Majella madre. “Madre tutelare” per quel lontano uomo mediterraneo, come per gli eremiti che vissero nelle grotte, fra cui quella del Cavallone. Ed è qui, in un sacrario, che sono raccolti i resti di quanti caddero, durante la seconda guerra mondiale, in nome di un mondo migliore. Il vento, in quella lunga notte del ‘43, diceva: “Per ritrovarci!”. E a Lama dei Peligni, raccolto il messaggio in nome della pace e della fraternità, ci si è ritrovati da tempo. Così si sono aperti nuovi orizzonti per i lamesi, diventati professionisti, tecnici e operai delle grandi industrie che nell’ultimo trentennio hanno invaso pacificamente la sottostante valle del Sangro. Questo ritrovarsi ha anche generato, per fortuna, un’oasi verde sotto il segno e la tutela della Comunità europea. A Lama dei Peligni, infatti, la segnaletica indica che si è nella “Cee-Regione Abruzzo” per chi volesse godere le bellezze dell’alta valle dell’Aventino e della Majella madre.

Di AMEDEO ESPOSITO tratto da "Bell’Italia 56 dicembre 1990"

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