La Madonna dei Corpi Santi di Lama dei Peligni
Nella chiesa di
Monte Moresco, presso Torricella Peligna, o, come altri dicono, in una
chiesa dei monti Pizzi, si venerava la statua della Madonna dei Corpi Santi;
e un povero eremita custodiva la chiesa,
e vegliava la Madonna. Una mattina, l’eremita, aprendo la chiesa, non
rinvenne più la Madonna nella sua nicchia. La Madonna se n’era
fuggita, e s’era ricoverata nella chiesa madre di Gessopalena. I gessani
fecero molte feste alla Madonna miracolosa, e le decretarono
in onore una fiera da celebrarsi nel loro paese nell’ultima domenica
d’agosto di ogni anno. E ogni anno si celebrò la fiera, ma una notte
la Madonna scomparve anche da Gessopalena. I gessani, rattristati, la
cercarono ovunque, e non la rinvennero. - La Madonna cammina -, dissero, e, per molto tempo, non seppero ove mai la Madonna
si fosse fermata. Ma una mattina, un contadino di Lama, che
sfoltiva una siepe in un suo campo posto nelle vicinanze della chiesa
di Santa Croce, vide tra dei folti rovi una gran macchia rossa tra lo scintillìo
di luci d’oro: era la Madonna dei Corpi Santi. Il contadino
corse a dar la nuova per i campi. La nuova si sparse, e da ovunque,
pel territorio di Lama, la gente accorse, e la Madonna fu presa,
e devotamente portata nella chiesa di Santa Croce. I gessani seppero
il fatto, e, non volendo credere a una translazione miracolosa,
una notte, armati, chetamente, si recarono nel territorio di Lama,
aprirono la chiesa di Santa Croce, presero la Madonna dei Corpi
Santi, e la riportarono nel loro paese. Ma il giorno seguente la Madonna
dei Corpi Santi era di nuovo ricomparsa nella chiesa di Santa Croce di Lama.
Allora si conobbero le intenzioni della Madonna,
e i gessani corsero a torme a venerarla nella nuova dimora. Di
poi, la Madonna non si mosse più dalla chiesa di Santa Croce, di dove
continuamente sparse grazie sul paese di Lama, e su quanti si fossero
devotamente recati a visitarla. E la chiesa di Santa Croce fu da
allora chiamata la chiesa della Madonna dei Corpi Santi. Il
terremoto del 3 novembre 1706, che sconvolse tutto l’Abruzzo, e
abbattè quasi per intero il paese di Lama, atterrò dalle fondamenta la
chiesa della Madonna dei Corpi Santi, ma fra le macerie fu trovata intatta,
insieme con la campana, la statua della Madonna. Il popolo
attribuì il fatto a miracolo, e festeggiò il secondo centenario dell’avvenimento
nel 1906 con una grande festa, e con la solenne
incoronazione della statua.
Né alle prodigiose translazioni, o al suo
preservarsi intatta fra le macerie della sua chiesa, si fermano i
miracoli della Madonna dei Corpi Santi. Essa è sempre, e dovunque, presente nel paese di Lama: fra
i campi e nelle case, sulle rupi della Maiella e fra i canneti dei fossati del
fiume Aventino, tra gli oliveti e tra gli orti, per i campi arati
e fra le maturanti messi: presiede a tutti gli atti del suo popolo eletto,
dalla vita alla morte: benedice le nascite e i matrimonii, veglia
gli infermi e i moribondi, accompagna i morti per le vie dell’oltretomba,
protegge i pastori per l’erta montagna natìa, e gli emigranti che trascinano la loro esistenza oltre oceano recando in cuore
la triste e lieta realtà della loro piccola patria. La leggenda della Madonna dei Corpi Santi da luogo a parecchi raffronti
di analogie con altre leggende sacre abruzzesi: quella di Santa
Maria in Basilica presso Villa S. Maria, quella della Madonna del
Monte di Castiglione Messer Marino, quella della Mater Domini di
Fraine, quella della Madonna di Carpinete di Rapino, che hanno con
essa punti di contatto. In tutte è comune la fuga dell’immagine, il
conseguente rapimento di essa, e il suo ritorno al luogo prescelto; e in tutte si notano quelle rimembranze arcaiche, che ci riconducono a
tempi molto lontani. La leggenda medesima
tocca luoghi e paesi della valle dell’Aventino, ma né a Monte
Moresco, presso Torricella Peligna, ove
esisteva una chiesa di S. Maria, della quale si fa cenno in documenti
del secolo XIV, esistenti nell’Archivio Vaticano, né a Gessopalena,
ove, nell’ultima domenica d’agosto, che è il giorno della festa della Madonna medesima, si tiene una fiera che è detta “la fiera
d’agosto”, si conserva memoria della Madonna dei Corpi Santi; e
non ne sapeva nulla nemmeno Gennaro Finamore, che pure fu il
maestro di questi studi negli Abruzzi, e che procedette nelle sue larghe ricerche di etnografia, folklore e linguistica abruzzese avanti
studiando amorosamente Gessopalena, suo paese natìo. Non è possibile
fare nessuna ricerca nei castelli di Pizzi, di cui non rimangono tracce,
per quanto in essi, tanto nel Pizzo superiore, quanto nel Pizzo inferiore,
appunto in documenti vaticani, si ricordino due chiese di Santa Maria.
La leggenda della Madonna dei Corpi Santi si racconta solo a Lama e nei
paesi immediatamente vicini, ed è da pensare,
fino a che nuovi documenti o sconosciute testimonianze tradizionali
non vengano fuori, che sia una creazione, o piuttosto
un’interpolazione di vecchie leggende pagane fiorita nel circuito del
territorio di Lama. Le narrazioni intorno a fughe di immagini da un posto
all’altro dovevano essere assai vive nel periodo antico. Massimo Valerio,
nel 1° libro, capitolo dei Miracoli, dice: «Enea pose gli iddii,
che arrecò seco da Troia in Lavinia e suo figlio Ascanio, avendo
fatta la città di Alba, levò i detti iddii da Lavinia e collocolli in Alba;
i quali iddii furono ritrovati al loro pristino luogo, dove Enea li
aveva collocati». Ma perché questo fato? Si poteva opinare che fosse
stato per opera umana: «Un’altra volta li fece portare in Alba ed ecco
simigliantemente si ritrovarono posati in Lavinia». Non ritrova la
leggenda della Madonna dei Corpi Santi la sua essenza e la sua
forma in questa antichissima leggenda pagana? E certamente il fondamento
di esse è unico: l’incertezza del cuore umano avanti a dei fatti che non
cadono sotto l’esperienza diretta dei sensi, e la tendenza a spiegarli con cause occulte e meravigliose. La
chiesa della Madonna dei Corpi Santi sorge a circa due chilometri da
Lama tra folti oliveti e gli orti d’una campagna che degrada lentamente
dalla Majella verso il fiume Aventino, e presso il trivio derivante
dall’incrocio della via nazionale frentana con quella provinciale, che parte da Francavilla e passa per Guardiagrele e Farà San
Martino. È una chiesa di poca ampiezza, a una nave con cappelloni
laterali, e abside semicircolare, la cui facciata disadorna segue nella parte superiore la linea del tetto. Non se ne conosce l’epoca
di fondazione. In una muraglia che recinge il piazzale prospiciente,
esisteva, un tempo, un grande blocco di pietra calcarea, che recava
scolpito un frammento di festone. La scultura, fatta con tocchi sicuri,
poteva rimenarsi al periodo imperiale romano e si poteva considerare
come frammento di un’ara sacra, che doveva sorgere sul
posto. In tal caso, la chiesa potrebbe esser sorta sulle rovine di un
tempio pagano. La scultura fu rimossa, per mio suggerimento, nel 1936, e
portata a Chieti, ove entrò a far parte delle collezioni del Museo
Archeologico. Di antiche origini è una cappellania fondata entro la chiesa
medesima,
e intitolata a «Santa Maria corpora santa». Con l’abolizione
dei beni ecclesiastici, nel 1866, le rendite di essa furono devolute alla
Congregazione di Carità di Lama. Del 1634 è la piccola campana di
bronzo della chiesa, che, oltre la data,
reca impressa la nota iscrizione: «mentem
sanctam spontaneam honorem
reo et patrie LiBERATiONEM »,
nonché l’invocazione alla Ver
ine: «S. Maria ora pro nobis». Il terremoto del 3 novembre 1706, come vuole anche la tradizione,
sconvolse la chiesa. Del disastro si conservava notizia nei registri della
chiesa parrocchiale di S. Nicola, scomparsi durante l’ultima
guerra, nei quali si diceva: «la chiesa rurale di S. Maria corpora santa
atterrata dai fondamenti restandosi solo in parte rotta la statua
della Madonna e la campana trovata sana». La statua della Madonna fu riposta
allora nella piccola chiesa della Madonna
dell’Arca, sul colle omonimo presso il paese, e vi restò per moltissimi anni. In seguito, cioè quasi un secolo e mezzo dopo, nel 1846,
l’arcivescovo di Chieti, mons. Saggese, essendosi recato a Lama in
santa visita, ed essendo passato per il casale dei Corpi Santi, premurato
dagli abitanti della contrada, si recò devotamente a vedere
le rovine della chiesa della Madonna, e premurò i lamesi per la sua ricostruzione. Mons. Saggese, di Ottaiano, nella diocesi di
Noia, era un uomo di pietà singolare e di indefesso spirito religioso. Nella
diocesi di Chieti la sua memoria è
venerata come quella di un santo; e perciò, allora, la sua parola a Lama fu ascoltata: i lamesi accorsero a gara a prestare
la loro opera buona e gratuita, e tutti si fecero un obbligo nell’aiutare
a sterrare le macerie, nel trasportare le pietre per la costruzione,
nell’ammannire i materiali ai muratori. Tra le macerie furono rinvenuti un campanello e una grossa lampada di piombo, due oggetti
cinquecenteschi della vecchia chiesa. La
costruzione ebbe termine nel 1851. Di quell’anno è un’iscrizione
posta nella zona absidale, che dice: «in
plenitudine sanctorum detentio mea. a. d.
moccoli.». E in
quell’anno, probabilmente, vi fu riportata la statua della Madonna,
che fu posta nella nicchia absidale, al
di sopra dell’altare maggiore. Allora, in un angolo, fu riaccesa la lampada cinquecentesca, e non fu più spenta. Essa allora fu, ed è tuttora,
il simbolo della tradizione e della fede. La statua della Madonna, a
cui si riferisce la tradizione, è una statua di comune altezza, vestita con
veste rossa ricamata in oro, e coperta con manto azzurro trapunto di stelle
d’argento. La Madonna reca in una mano un fiore, e regge con l’altra il Bambino sul braccio
ricurvo. Come opera d’arte non va più in là della fine del secolo XVI.
Il Bambino è scolpito con vigore, e attesta il diffondersi del michelangiolismo
nelle campagne abruzzesi. La Madonna, benché restaurata, e quasi rifatta,
verso la fine del secolo passato, conserva
le forme e le linee primitive, e cioè una purezza quasi fidiaca nella
disposizione delle masse e nel profilo purissimo, e un’espressione di
smarrimento e di dolore negli occhi e nella piccola bocca semiaperta. Prima
del restauro, quell’espressione, che scaturiva da forme più ingenue, era
ancora più accentuata. I lamesi dicevano allora:
«la Madonna è piangente». Ciò significava: la Madonna rattiene un
dolore. La festa della Madonna si
solennizza nell’ultima domenica d’agosto di ogni anno, e, per
l’occasione, la statua viene riportata, intorno alla fine di luglio, nella
chiesa parrocchiale di Lama, ove sosta per circa un mese, durante il periodo
della raccolta delle messi e della
trebbiatura. Era uso, fino a poche diecine di anni or sono, di fare
verso la metà di agosto, nel pomeriggio
di una domenica prossima all’Assunzione,
una processione della Madonna per le vie del paese. Era quella la
processione dei manoppii, cioè dei covoni di grano. La Madonna girava
per tutte le vie, si fermava in tutti i crocicchi, avanti a tutte le case,
e ovunque le porte si aprivano, la gente si inginocchiava, e dalle case
venivano fuori le offerte votive. I doni erano, per lo più, in covoni
e mannelle di spighe scelte; e quei covoni e quelle mannelle venivano
poi raccolte in un’aia, e trebbiate, e il ricavato andava a vantaggio della
festa. La processione durava ore, e anche di più. Quando
la Madonna rientrava in chiesa era già tardi. L’ombra che, nei
pomeriggi estivi, si addensa a Lama assai prima del tramonto, era
divenuta più profonda. Di contro, dai monti Pizzi, a Torricella, a Gessopalena,
verso i piani del mare, la valle dell’Aventino quieta riposava sotto i
bagliori del sole: le coste ondeggianti apparivano materiate
di luce, e la Majella era come una gran macchia viola sotto il cielo che si
coloriva di rose. La Madonna rientrava in chiesa tra il suono delle campane, e il canto dei fedeli, ove, per l’immota aria serale,
si accoglievano aspirazioni, sospiri e ritmi di remotissime leggende
umane. La festa grande dell’ultima domenica d’agosto non ha usanze caratteristiche
molto particolari, all’infuori dell’esposizione delle sacre Reliquie,
che la chiesa di Lama, per antica consuetudine, celebra in quel giorno e
che, forse, ha contribuito alla denominazione della Madonna, la cui festa
coincide con essa. La festa delle sacre Reliquie, forse originata nei primi
del secolo VII, quando il papa Bonifacio
IV raccolse le Reliquie dei martiri nel Pantheon, che,trasformato in
chiesa cristiana, dedicò alla Vergine sotto il nome di Regina
dei Martiri, doveva essere, un tempo, comune in tutto l’Abruzzo.
Oggi, per quanto io conosco, oltre che a Lama, di essa si trovano tracce, e
proprio intorno alla fine di agosto, a Farà Filiorum Petri,
in vai di Foro e in provincia di Chieti. Nel resto, la festa non
differisce dalle feste consuete nei paesi di montagna negli Abruzzi: musiche,
spari, vendita di cibarie cotte, e allegria ovunque, nelle strade, nelle case, nei piccoli caffè, in
qualche
birreria di recente impianto, e più ancora schietta e vivace nelle cantine,
ove il cerasuolo paesano viene tracannato da persone d’ambo
i sessi con abbondanza degna di vecchi tempi; ma il clima dolcissimo, il cielo terso e tenero anticipante le trasparenze settembrine,
la bellezza del posto, la semplicità dei costumi, sopratutto
quell’arte di leggenda religiosa che circonda il titolo e la storia
della Madonna, la rendono nota e rinomata nella valle dell’Aventino.
Dopo la festa, nella prima domenica di settembre, la Madonna viene
riportata nella sua chiesa, e riposta nella sua nicchia.La piccola chiesa è quasi sempre deserta di poi. Dall’interno, il piazzale
che la precede appare verde e luminoso. Gli orti e gli oliveti sono
pallidi e ridenti intorno. Qualche canto e qualche grido lontano
non valgono a turbare la pace del santuario. La vecchia lampada cinquecentesca,
alimentata d’olio d’oliva, continua a mantenere in un canto, nel tremulo
lucignolo, il simbolo della tradizione e della fede.
Ma attraverso i vetri della nicchia, la Madonna dei Corpi Santi, dal
dolorante viso e smarrito, con l’inquieto suo Figliolo tra le braccia,
sembra che da un istante all’altro debba scendere dal suo posto, e varcare, trasvolando, la piccola soglia della sua chiesa, per andare
oltre i colli e oltre i monti, a creare altri prodigi, e a far nascere
nuove leggende.
Di
Francesco Verlengia