Il Santo Bambino di
Lama dei Peligni
Fra Pietro Silvestri di Lama
dei Peligni era un frate laico di santa Rita, e viveva nel convento di
Gerusalemme. Dopo molti anni di dimora in
quel convento, fra Pietro, dovendo tornare in Italia, pensò di portare
in dono al suo paese natìo un Bambino di cera. E ne andò da
uno statuario. Lo statuario stava terminando proprio allora l’imagine
di un Bambino, al quale non mancava che la testa.
-
Quanto ne vuoi di codesto Bambino?
-
Tanto.
-
Ebbene, lo prendo io a lavoro finito.
-
È tuo, disse lo statuario, vieni a
prenderlo domani alla tale ora. A sera lo statuario non aveva terminato
il suo lavoro. Lo lasciò in
un canto per compierlo all’indomani prima del ritorno di fra Pietro, ma
quale fu la sua sorpresa quando, la mattina dopo, trovò il Bambino
interamente compiuto con la testina chiara, lucente, risplendente?
Fra Pietro giunse all’ora stabilita, ascoltò con meraviglia il racconto
dello statuario, pagò il prezzo convenuto, baciò il Bambino,
lo ripose nella bisaccia, e andò via.
Il viaggio per l’Italia fu lungo e penoso. La nave era diretta a Venezia,
ma, in alto mare, fu colta da una furiosa tempesta: lampi, tuoni,
oscurità spaventosa; le onde la sopravanzavano, e minacciavano
d’inghiottirla, le vele non reggevano più all’urto dei venti. I pellegrini
si raccolsero sul ponte: ovunque pianti e implorazioni. Si fece
avanti allora fra Pietro:
·
Non abbiate timore, egli disse, io porto Gesù Bambino; egli ci salverà.
E tolse dalla bisaccia la
sacra Imagine, e la posò sul legno. Tutti si inginocchiarono
e pregarono; si inginocchiò e pregò anche lui fra Pietro, ed ecco che, dopo non molto, la tempesta a poco a poco si chetò
e la nave riprese il suo cammino veloce e regolare sulle acque.
A Venezia si giunse di notte. Fra Pietro scese per cercare un alloggio.
Picchia a un palazzo. Si affaccia una domestica:
-
Chi è?
-
Sono un povero frate, vengo da Gerusalemme, e cerco ricovero per
questa notte.
-
Ma qui non si può. La padrona è malata di febbre, è per morire;
c’è un consulto di medici!
·
Lasciami entrare, insistette fra
Pietro, io porto Gesù Bambino: chi sa che la tua padrona non possa
guarire per le mie preghiere?
La domestica scese ad aprire,
e fra Pietro si fece condurre nella camera
dell’inferma. L’inferma giaceva sul letto in uno stato di grande
prostrazione, immersa in un sonno profondo. Fra Pietro posò la sua
bisaccia in un canto, ne trasse il Bambino, lo posò sul letto, e si mise
a pregare. Non molto dopo, la signora aprì gli occhi, li girò lentamente,
e chiese da bere. Corsero i medici, la visitarono con cura, e
si guardarono stupiti: la febbre spariva! Il giorno dopo la signora potè
levarsi dal letto, e quali furono i ringraziamenti al Bambino, si può
imaginare! Avrebbe voluto fermare fra Pietro presso di sé, avrebbe
voluto costruire una cappella al Santo Bambino entro il Palazzo, e
ivi tenerlo a sua devozione, e a devozione del popolo di Venezia, ma fra Pietro non volle: accettò alcuni doni, accettò le fasce ricamate
in oro, nelle quali avvolse la sacra Imagine, la cuffietta ricamata con
la quale ne ricoprì la testa, alcune collane, e alcuni gioielli e, dopo qualche
giorno di permanenza a Venezia, riposto il bambino nella
bisaccia, si avviò alla volta del suo Abruzzo, della sua Lama natìa.
Lungo il cammino per le spiagge marine, aspro il cammino per
le valli e le erte della Majella, ma ardente il desiderio di fra Pietro
di rivedere il suo paese! Quando giunse alla Lama, i parenti e gli amici
gli si fecero intorno, lo circondarono festosi:
·
Fra Pietro, che ci hai portato?
Fra Pietro, lentamente, si
chinò, e tirò fuori dalla bisaccia l’Imagine
di cera:
·
Vi ho portato Gesù bambino, disse.
Gli
astanti si inginocchiarono e, mentre fra Pietro, narrati i miracoli della
sacra effigie, si avviava verso la chiesa per deporvela, le campane da sole suonarono a festa. Era la terza domenica di maggio.
I lamesi, in seguito, tennero in grande venerazione l’imagine del Bambino, e
il ritorno di fra Pietro da Gerusalemme fu commemorato da quel tempo, e si
commemora anche oggi con una festa che si
celebra la terza domenica di maggio d’ogni anno. E il Bambino
divenne il centro di riferimento di ogni tradizione paesana, e il protettore
del paese in occasione di calamità pubbliche e di disgrazie.
Nel
1799, quando i Francesi invadevano l’Abruzzo, fu posta in pericolo
anche la valle dell’Aventino. Lama era sulla via, che da Ortona
raggiunge Casoli e poi, per Falena e Castel di Sangro, mena
a Napoli, e passava pericolo di
essere saccheggiata. I più pensarono di prendere le loro cose migliori e
rifugiarsi nelle campagne, o lungo le pendici della Majella, o al di là del
fiume Aventino, ma uno li fermò: Saverio
d’Alessio di Giacomo, il procuratore di Gesù Bambino:
·
Noi non vogliamo partire, disse, senza il Bambino.
Al
Santo Bambino fu fatta una cassetta. Venne troppo stretta. Ne fu fatta
un’altra: venne troppo larga. Nessuna cassetta riusciva allo scopo.
Saverio D’Alessio di Giacomo disse:
·
Il Bambino non vuole uscire dalla sua chiesa. Noi rimarremo con
lui.
I
lamesi rimasero nelle loro case. I Francesi, di poi, pur avendo invaso la
bassa valle del Sangro, non risalirono la valle dell’Aventino.
Nel 1854 Lama fu quasi immune dal colera,
che, da Napoli, si era diffuso per buona parte degli Abruzzi. Il fatto
fu considerato come un miracolo del Santo Bambino, al quale fu decretata una
seconda festa, una festa di ringraziamento,
che da quel tempo si celebra il 20 settembre di ogni anno.
L’imagine del Santo Bambino si conserva
oggi in un’urna d’argento chiusa da cristalli sul capo-altare della
chiesa matrice di Lama dei Peligni. È un’imagine
in cera, a grandezza naturale, figura giacente,
e avvolta in fasce bianche ricamate in oro. Il Bambino, squisitamente modellato,
ha le braccia serrate nel corpo, gli occhi neri e aperti,
le labbruzze chiuse e color di corallo. Come opera d’arte arieggia
un putto del Serpotta, e si può rimenare a un periodo che si aggira
intorno alla metà del secolo XVIII. La sua grazia e la sua finezza
innamorano, e lasciano un ricordo incancellabile: è la grazia dell’arte, la
penetrazione del divino, che vibra nella vita dei pargoli. Le donne
partorienti lo guardano affinchè il loro nascituro abbia qualcosa che lo
somigli.
Da alcuni documenti pubblicati da uno
studioso francescano, il P. Isidoro da Ripateatina, risulta che la sacra
Imagine fu portata a Lama da Gerusalemme nel
1760, nel convento di Pacentro, pronunciando i SS. Nomi di Gesù e Maria.
Gli attestati di fede verso la sacra imagine furono, attraverso i tempi,
assai numerosi. Nel 1778, il Santo Bambino ebbe un’urna trionfale
in legno intagliato e dorato, che fu eseguita da Francesco Conti
di Sulmona; nel 1845, l’urna stessa fu sostituita da un’urna in argento
di stile classico assai castigato, fatta eseguire a Napoli da
un forte industriale lamese, don Raffaele
Di Renzo, con le elemosine dell’Arte della Lana, allora fiorentissima
a Lama; nel 1906, il Santo Bambino, dalla sua cappella originaria, fu riposto in un altare marmoreo,
l’altare maggiore della chiesa, appositamente ricostruito
dallo scultore Modesto Parlatore di Orsogna su disegno dell’artista
paesano Giuseppe Verlengia.
Le feste dovettero essere
organizzate subito dopo il 1760, un anno dopo il ritorno di fra Pietro, e
dovettero essere feste vive, intimamente
religiose. Nella fine del secolo XVIII, erano già entrate nella tradizione
paesana. Da alcune note di spese ancora esistenti, si apprende
che, oltre alla processione della sacra Imagine, e alle usanze consuete,
convenivano a Lama, nella terza domenica di maggio, numerosi
musici di località diverse, e con strumenti varii: violini da Taranta,
oboi da Scanno, pifferi dalli Scapoli in Terra di Lavoro, tamburi e zampegne da località non precisate, altri strumenti da Chieti,
da Sulmona, da Casoli. I musici, insieme con quelli paesani, per
altro, assai numerosi anch’essi, probabilmente dovevano organizzare da un giorno all’altro le loro sonate, e seguire l’Imagine durante
le processioni per le vie del paese.
La tradizione delle feste si è
andata intensificando a mano a mano attraverso il secolo passato, ed è
arrivata viva sino ai nostri giorni. Nella terza domenica di maggio, e il 20 settembre d’ogni anno, conviene
a Lama da tutti i paesi della valle dell’Aventino, e, in parte, delle
valli contermini dell’alto aquilano, una gran folla di gente. Son commercianti
che vanno a vendere le loro mercanzie, son compratori
che vanno per rifornire le loro case di qualche oggetto necessario
e desiderato, son festaioli che vanno a rinsaldare le loro amicizie paesane,
sono fedeli che vanno a sciogliere i loro voti. Nella sua vecchia
chiesa, nel suo altare marmoreo, nella sua urna d’argento, l’antica Imagine
orientale rilv.ce alla fiamma delle candele. I gioielli, le collane
veneziane, che ì’adornano, le stoffe seriche e ricamate che l’avvolgono hanno bagliori e riflessi preziosi; la pallida faccia ambrata,
gli occhietti neri, le labbruzze color di corallo hanno riflessi
di vita, e sembrano animarsi del calore della moltitudine. Nell’ora del
tramonto, la sacra urna viene portata in processione per le vie
del paese. In quell’ora la Majella sembra vivificarsi, e il sole getta la sua luce come in una coppa ricca di splendori nella valle dell’Aventino.
Come nei vecchi tempi, il Santo Bambino passa per le piccole vie, per le piazze
paesane, come nei vecchi tempi sosta
avanti alle case, ove qualche dolore risuona, qualche voce invoca. Allora un
alito di leggenda religiosa si diffonde per l’aria immota e trasfigura
la folla. E il Bambino si illumina. Rivivono allora l’umile fra
Pietro che lo desiderò, la bottega di Palestina, ove un miracolo lo compì,
rivive il mare ch’egli sedò, il palazzo veneziano che l’accolse, e
risuonano ad allegrezza le campane, come allora, sonore, squillanti,
festose, piene di echi e di risonanze per l’aria serena e luminosa, per le
campagne in fiore, per le rupi della Majella, che ne rimandano il suono
anch’esse animate, festanti, sonore.
Di
Francesco Verlengia
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